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Il cavallo da sempre ha affascinato artisti, scienziati e condottieri; è stato anche protagonista di racconti, dipinti e poesie diventando mito, leggenda, studiati nella scuola.
Clinica Veterinaria Barbato
Con il passare del tempo e l’avvento della Rivoluzione industriale, il cavallo è stato presto sostituito dal “cavallo a vapore” abbandonando il compito assunto nel lavoro, nella cavalleria al tempo dei conflitti.

Il cavallo, in precedenza aveva un ruolo importante nelle “scuole equestri”, attualmente viene impiegato nell’ambito sportivo; nel settore ecologico, viene riproposto come emblema di unione tra l’uomo e la natura.

Sono molti i curiosi che sono interessati alla conoscenza del cavallo anche se nessuno è in grado di darne chiare informazioni; però è possibile conoscere il suo mondo attraverso il suo carattere timido, i suoi impulsi e la sua vitalità.

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Le caratteristiche fondamentali del cavallo sono: l’essere istintivo, la diffidenza, la paura seguita dalla fuga, possiede doti superiori alle nostre come la concentrazione, la memoria ed è un ottimo osservatore.
Per quanto riguarda il linguaggio, il cavallo nitrisce emettendo movimenti grandi e piccoli, inoltre è dotato di un udito molto fine che gli consente di percepire suoni e intonazioni. Dalle prime montate a cavallo si provano emozioni indescrivibili, mettendo a confronto i due mondi; però se l’uomo cerca di sottomettere il cavallo, otterrà uno schiavo ostile. In questo contesto viene trattato l’animale in ambito sportivo e l’uomo sfrutta le sue potenzialità come meglio può.

Non è facile possedere un cavallo in quanto ha bisogno di molte attenzioni e cure per arrivare ad uno stupendo rapporto con l’animale.

Nell’equitazione il cavallo è protagonista con una propria autonomia e volontà che guida l’atleta nella sua attività; non deve essere considerato come strumento ma compagno dell’uomo. Montare il cavallo per una passeggiata o attività agonistica costituisce solo parte del suo lavoro. Inoltre possedere questo animale non richiede solo il tempo e la buona volontà ma anche il fattore economico, infatti bisogna assicurargli una scuderia tenuta bene, una sana alimentazione, controlli veterinari accurati e dotarlo di una sella. Un primo contatto con questo animale risulta un’esperienza entusiasmante per l’aspetto potente ma allo stesso tempo molto sensibile. Non bisogna aver timore avvicinandosi al cavallo poiché piano piano scompare la sua diffidenza divenendo generoso e fedele al suo padrone.
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L’apparizione sul pianeta del progenitore dell’odierno cavallo, l’Hyracotherium o Eohippus, si fa coincidere con l’Era Terziaria, la cui datazione risale a circa 60 milioni di anni or sono. Certamente la sua conformazione fisica era lontana dall’animale che oggi vanta potenza ed eleganza. La misura della spalla non superava i 28 cm da terra e i suoi movimenti erano agevolati dalle quattro dita degli arti anteriori e dalle tre dei posteriori e da una pianta idonea a percorrere habitat palustri ed aridi.
Le foreste boschive oltre a fornirgli foglie in abbondanza lo proteggevano da eventuali nemici. La sua graduale evoluzione nei secoli lo portò oltre che a sorreggersi su un solo dito con zoccolo, anche a modificare la misura della lunghezza della spalla, il muso, la dentatura e la scatola cranica. Alla fine dell’Eocene comparve l’Orohippus, dalla statura di 40 cm e con una dentizione molare più massiccia, che lo portò a cibarsi non più del fogliame delle boscaglie, ma dell’erba delle praterie, poiché grazie al dito medio molto più potente poteva spostarsi su terreni impervi. Durante l’Oligocene, che si fa risalire da 40 a 25 milioni di anni fa, ci fu la comparsa dell’esemplare nordamericano Mesohippus, la cui spalla misurava 51 cm, quindi avendo arti più lunghi era dotato di maggiore velocità.


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Nel Miocene comparvero il Parahippus e il Merichippus, alti 80 e 90 cm; il peso del corpo era sorretto dal solo dito medio, la loro dentatura mostrava molari ancora più sviluppati muniti di corona come gli attuali cavalli. Intorno a 10 milioni di anni fa comparve il Pliohippus, simile al cavallo domestico, quest’esemplare era fornito di zoccolo e aveva un’altezza pari a 113 cm. L’Equus Caballus risale all’Era Quaternaria iniziata in seguito alle grandi glaciazioni, che spinsero l’animale a spostarsi verso sud alla ricerca di praterie; sconosciuto in quel territorio il cavallo fu apprezzato solo in seguito allo sbarco di Colombo e all’arrivo degli Spagnoli. In coincidenza della glaciazione di Riss, tra i 200 e i 150 mila anni fa, emerse lo Stretto di Bering, ciò consentì al cavallo il passaggio in territorio asiatico continuando così il suo lento processo evolutivo.

Testimoni di questa progressiva trasformazione sono: l’Equus ferus przewalski, meglio noto come cavallo Przewalski, la cui area andava dalle steppe dell’Asia centrale fino all’oceano Atlantico; l’Equus ferus gmelini o Tarpan, diffuso nella Russia meridionale; l’Equus hydruntinus, presente in Europa meridionale e in Asia occidentale; l’Equus hemionus onager o Onagro, presente in Medio Oriente. Le mutate condizioni climatiche, ambientali e la sfrenata caccia dell’uomo segnarono profondamente il destino di questi animali, infatti il cavallo Przewalski si spostò nelle zone steppose dell’Asia e l’Onagro e il cavallo Idruntino si estinsero.


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Recenti ricerche hanno avvalorato la tesi riguardo la natura molteplice della razza equina facendo riferimento in primo luogo agli svariati insediamenti dell’animale sulla terra e secondariamente all’incisione delle condizioni climatico-ambientali, al tipo di foraggio e successivamente al lavoro a cui venne sottoposto. Inoltre le varie popolazioni differiscono geneticamente il numero cromosomico anche se sono perfettamente feconde negli incroci.

Probabile è che l’Equus Caballus domestico discenda direttamente dal Tarpan. Purtroppo si è estinto impedendo agli studiosi di osservare le somiglianze cromosomiche con l’attuale cavallo domestico e quello che si credeva fosse il suo progenitore, il cavallo Przewalski.
Nel secolo scorso l’esploratore russo Nicolas Przewalski rinvenì nelle steppe asiatiche le spoglie di un cavallo che vennero poi esposte al museo dell’Accademia delle Scienze di Pietroburgo.
Per molto tempo si è creduto che fossero i resti del progenitore diretto dell’Equus Caballus domestico. Era un esemplare dotato di elevata resistenza, più basso del cavallo attuale con le zampe sottili ma robuste terminanti in un grande zoccolo, presentava una dentatura sviluppata ed una criniera a spazzola. Molto diffuso in passato, è praticamente estinto a causa della caccia e per l’espansione dell’urbanizzazione dei territori in cui era insediato.
Diverse centinaia di esemplari si trovano nei giardini zoologici e sono tutti registrati in uno stud book, conservato nello zoo di Praga. Per evitare la definitiva estinzione della specie è in progetto la liberazione dell’animale.

L’estinzione del cavallo domestico è stata scongiurata dall’addomesticamento e dall’utilizzo che l’uomo ha iniziato a farne di esso.
Non si conosce con chiarezza il periodo in cui è stato addomesticato, tanto meno se il suo impiego iniziale fosse per la monta o come mezzo di trasporto. Alcuni studiosi suggerivano l’ipotesi che i primi a renderli domestici furono le popolazioni mongole intorno ai 6 e gli 8 mila anni fa.
Attualmente invece, sembrerebbe più attendibile l’ipotesi che sia avvenuto nell’Età del rame, nella regione che oggi si identifica con l’attuale Ucraina, per merito della popolazione degli Sredni Stog, che lo usarono sia come mezzo di trasporto che come alimento, conclusione a cui si è giunti grazie a referti rinvenuti, tra cui il calco della dentatura di un morso.


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Il cavallo modificò sensibilmente le abitudini dell’uomo agevolando gli spostamenti, aumentando i contatti e gli scambi tra differenti popolazioni. Inizialmente i cavalli vivevano in gruppi guidati da uno stallone allo stato selvatico, nelle zone steppose dell’Ucraina fino alla lontana Mongolia, da cui ci giungono le prime fonti dell’impiego che se ne fece.

Le popolazioni dell’Asia minore e della Siria già nel XVI secolo a.C. divennero centri di avanguardia per l’utilizzo dell’animale pur non conoscendo ancora l’attacco, e per le tecniche di allevamento.

Fortissimi e resistenti i cavalli mongoli, anche se esteticamente presentavano una testa montonina, orecchie pendenti, una criniera corta a spazzola e con zoccolo robusto, erano ideali per la caccia, per l’impiego in guerra ed erano adatti particolarmente ai frequenti spostamenti di queste popolazioni seminomadi sul continente eurasiatico.